Per la serie: parliamo del nulla.

Il caldo.

Oooooh, finalmente si torna a parlare del caldo. Il primo elemento di normalità del 2020 dopo il Festival di Sanremo. Sono più serena, adesso. Non si faceva che parlare di Covid, cassa integrazione, lavoro, no-vax, razzismo. Basta, basta, basta, torniamo a chiacchierare del nulla: sì, parliamo DEL CALDO.

I marciapiedi sanno di piscio, gli occhi sono abbacinati, il labbro superiore perlinato di sudore e i piedi gonfi come zampogne. Ma qualcosa mi dice che il caldo, quest’anno, farà un po’ meno schifo. Perché:

1) la maggior parte di noi non prende più i mezzi pubblici, da sempre connubio di scazzo e tanfo inestimabili

2)  quasi tutti stiamo lavorando da casa e, quindi, anche serenamente in mutande

3) il riscaldamento globale ci sta regalando tanto vento, quasi tutti i giorni, soprattutto nel weekend, al mare, quando spereresti soltanto di sprofondare sul lettino a dormire. E invece no, giù secchiate di granelli di sabbia appuntiti come spilli

4) non siamo più obbligati a stringere mani a destra e a manca

Quest’anno, però, abbiamo aggiunto un livello di difficoltà al periodo estivo. La ma-sche-ri-na. Se prima potevamo boccheggiare allegramente e fare i fumenti al catrame, adesso dobbiamo preoccuparci dei nostri aliti e di non diventare cianotici per dispnea. Azz. Grazie a Dio l’OMS ha dichiarato la fallibilità dei guanti, altrimenti altro che incartamenti snellenti. Al posto delle mani ci saremmo ritrovati due sogliolette in umido.

C’è da dire che la mascherina ha risolto anche tanti problemi di outfit. Infatti, chi come me tende a vestire sempre di nero, nero su nero o nero su jeans, grazie alla museruola di carta dà quel tocco di colore che ti svolta la giornata (…). Se prima era la tintarella, ora è la mascherina a dare luce al viso.

Al centro di Roma, ho visto decine di vetrine piene zeppe di mascherine personalizzate: a fiori, a quadretti, con le palme, monocromo. Forse ad agosto non si parlerà più degli zaini pesanti, ma sarà il momento di decidere quale mascherina far indossare al nostro pargolo per il tanto atteso ritorno a scuola.

C’è dell’altro nulla di cui volete che parli?

Tutto secondo i piani.

Sulle pareti del pianerottolo al primo piano delle fantasie e dei progetti campeggia, brillante, la scritta “da grande farò…”. Quelle affermazioni tanto spontanee quanto ingenue e sognanti si scontrano sempre, nel più comune dei casi, con il muro del nulla di fatto.

Per fare un esempio che mi riguarda, da piccolissima credevo che sarei diventata un’ottima parrucchiera, di quelle a cui i clienti si affidano anche per consigli extra piliferi. Ed ecco il primo nulla di fatto, ché per ora sono soltanto la peggiore parrucchiera di me stessa, quella che si taglia i capelli da sola a mezzanotte di un giorno qualunque, soltanto perché un ciuffo l’è andato sulle scatole. Qualche anno dopo ero sicura che sarei stata una segretaria, indefessa e fumatrice. Di fatto sono stata entrambe le cose ma mai in contesti tanto virtuosi come lo erano nella mia veloce testolina.

Ah, giusto, l’interprete inglese-italiano, anche questo volevo fare. Volevo diventare l’Olga Fernando dei 2000, presente in tutti i più importanti e patinati eventi nostrani. A dire il vero io ci ho provato a studiare lingue in maniera seria ma… l’unica cosa che sono riuscita a interpretare, negli anni, è stato il fatto che se non studiavo voleva dire che non volevo farlo realmente.

Immaginavo tante cose, in tenera età. Credevo che mi sarei sposata a 27 anni, con la prima cotta della mia vita (un mio compagno di classe di asilo ed elementari) oppure col primo amore dell’adolescenza, col quale, a stento, mi saluto. Che avrei avuto due bambini pochi anni dopo, pensavo e che sarei stata una giovane mamma lavoratrice, seguendo forse il cliché dei tempi moderni.

E adesso, che ho passato i 35, non sono sposata, non ho figli e sto ricostruendo da zero la mia figura professionale, mi chiedo: che strano giro hanno fatto tutti quei sogni “di gloria”? Dove sono inciampata esattamente? La risposta che mi dareste tutti, immagino, sarebbe “beh, è la vita, si cresce, si cambia”. È vero, si cresce e si cambia ma crescere e cambiare significa davvero perdere la strada immaginata per filo e per segno per intraprenderne una mai battuta prima?

Vorrei proprio tornarci al momento del corto circuito, capire dove, come e perché ho lasciato che la vita giocasse con me a dadi. Cosa ha inciso maggiormente nelle mie scelte di vita? Onestamente, credo che tutto abbia a che fare con la sicurezza in noi stessi e le dinamiche che abbiamo assorbito, messo in atto, replicato, combattuto e, spero, messo da parte.

Siamo ciò che siamo, perché ciò che avevamo dentro ci ha calamitato verso l’una o l’altra direzione. Semplice a dirsi, più difficile da comprendere o accettare. Ergo, tutto secondo i piani, quei primissimi piani che hanno scattato delle nostre vite.

Prendere o lasciare, prendere e lasciar andare.

La fine della scuola.

Uscivo presto, la mattina, con la consapevolezza che non avrei fatto nulla per tutto il giorno, se non pensare a quell’ultimo trillo, all’ultima campanella, all’ultimo giorno di scuola. Non ricordo niente di quel che facevamo in classe in quell’ultima giornata di scuola ma ricordo perfettamente tutte le sensazioni provate, dalla mezzanotte al driiiiiin finale.

Ero emozionata, come solo i giovanissimi sanno essere, “che mi metto?” il pensiero più frequente, “non vedo l’ora di uscire” il chiodo fisso. E chi se ne frega della pagella, degli esami e dei risultati. Quella era la nostra giornata, la liberazione delle liberazioni, il tappo che salta fuori dalla bottiglia di champagne.

E l’idea che eravamo quasi tutti con quel pensiero fisso mi eccitava ancor di più. Ricordo professori tentare, invano, di spiegare qualcosina del programma. Quel qualcosa che non avresti mai memorizzato né ripreso una volta a casa. Intorno alla mezza, poi, si sentiva il rombo dei motorini di chi la scuola non la frequentava più e aspettava gli amici all’uscita del grande portone.

C’era quasi sempre il sole, l’ultimo giorno di scuola, perché qualcuno lassù lo sapeva che era un giorno di festa, senza pasticcini ma con l’adrenalina a palla di cannone. E quanto passavano lente quelle ultime ore sui banchi di scuola, le lancette dell’orologio sembravano rincorrersi stancamente, tra sbadigli e capocce tra le nuvole.

Persino la ricreazione sembrava una perdita di tempo, all’epoca. “Non vedo l’ora di uscire”, il leitmotiv di quel quarto d’ora di assembramento goliardico. Sigarette spente col solo pensiero di riaccenderle di lì a due ore dal campanaccio che ci richiamava tutti in classe, come pecore appunto.

Qualche pizzino tra i compagni e, sistemate tutte le cose negli zaini Eastpak, eccola… la campanella dell’ultimo giorno di scuola. In tutti quegli anni, avevamo sviluppato un udito straordinario e sapevamo riconoscerla dal primo tintinnio quella fanfara così acuta.

Una volta fuori dai banchi zozzi di scritte e gomme da masticare, ci fiondavamo giù per le scale, accalcandoci tutti davanti al portone, noncuranti del fatto che gli amati bidelli ci stessero dicendo che non avrebbero aperto se non ci fossimo fatti una pera di Valium. La solita scena, noi scalmanati e loro incorruttibili, o quasi.

Il pesante portone si stava per aprire, e con lui tutto il mio cuore. Tutùm, tutùm, tutùm. Sono fuori! Tra chi inforcava il motorino e chi si sparpagliava nella stradina di fronte al palazzo, si creava una vera baraonda. E non era niente, il meglio doveva ancora arrivare.

Non ricordo chi fosse lo spacciatore, ma la tradizione voleva che fossimo tutti dotati di palloncini, farina o uova, nella peggiore delle ipotesi. Perché a casa ci dovevi tornare, sì, ma fradicio e sporco, quasi a mostrare i segni di una battaglia persa in partenza, perché nessuno restava “illeso”. A chi tocca nun se ingrugna, direi oggi.

La partita a gavettoni era appena iniziata e sarebbe finita non prima delle tre di pomeriggio, quando persino l’autobus si era stancato di raccogliere noi ragazzini deliranti. Ci si nascondeva persino nei bar, lasciando sul pavimento resti di acqua e farina, colati dai nostri pantaloni troppo lunghi.

Soltanto al sopraggiungere della fame smettevamo di lanciarci addosso la qualunque e tornavamo seri. Ci sedevamo, per aspettare l’autobus e chiacchierare ancora, e ci davamo appuntamento al pomeriggio o ai giorni a seguire, quando una dignità l’avremmo recuperata ma l’anno scolastico… chissà.

Vorrei la pelle nera.

A Fregene viveva una delle mie migliori amiche d’infanzia. Ci vedevamo soltanto d’estate io e Stefania, di due anni più piccola di me. Ci divertivamo tantissimo insieme, il tempo sembrava volare. Molto spesso mi invitava a giocare nel suo giardino, in quella casa che mi faceva sognare, perché tanto diversa dalle altre. La famiglia della madre di Stefania era di Capo Verde e tutto lì dentro ti faceva credere di essere in quella bellissima isola: l’arredo, la musica che ascoltavano e le parole che sentivo.

Mi emozionava tantissimo stare con loro, soprattutto quando le zie di Stefania ci facevano le treccine e ballavamo tutti insieme. Ero consapevole del fatto che le cose tra la madre e il padre di Stefania non andassero molto bene, perché Piero era molto spesso arrabbiato, ma in quei momenti tutto questo finiva sotto ai tanti tappeti che coprivano quell’accogliente casa al mare. Questa breve premessa per ricordare, soprattutto a me stessa, quanto fossi felice con lei e quanto tempo trascorrevamo insieme.

Un pomeriggio di settembre, avrò avuto nove o dieci anni al massimo, giocavamo nel cortile condominiale e, del tutto spontaneamente, decisi di bussare ai miei amici Davide e Mattia per proporre un nascondino tutti insieme. Una manciata di secondi e Davide apre la porta, sorridendomi e chiedendo soltanto a me di entrare. Neanche il tempo di proporre l’iniziativa che “tu puoi giocare con noi ma lei no”. No? “Perché?”, faccio subito io. “Perché tu sei color latte e lei cioccolato”.

Ricordo perfettamente di essere rimasta ghiacciata da quell’affermazione. Mi arrabbiai istantaneamente e me ne andai, dicendogli che non avrei giocato mai più con loro, perché quello che aveva detto mi aveva offeso profondamente. Sì, aveva offeso me e tutto ciò in cui credo. Stefania tornò a casa piena di rabbia e la rividi soltanto il giorno dopo.

Quel giorno ho scoperto che per alcune persone il colore della pelle fa tutta la differenza del mondo, che non si poteva giocare tutti insieme perché non eravamo tutti bianchi, che Stefania avrebbe potuto giocare soltanto con me. Quel giorno mi ha inevitabilmente cambiata, perché una delle più brutte malattie del mondo è entrata dentro di me, scatenando – fortunatamente – millemila anticorpi. Ma è lì, come quando il naso ti pizzica e senti di doverla starnutire quella sensazione, liberare.

Davide e Mattia potrebbero essere quei poliziotti di Minneapolis. Davide e Mattia potrebbero disdegnare ancora il cioccolato e non basterebbero dieci cento mille #BlackOutTuesday, non servirebbero le rivolte, indignarsi non sarebbe sufficiente. Perché tutto ha a che fare con l’educazione, la sensibilità e la cultura. Fino a quando le scorte di odio supereranno quelle dell’intelligenza, non faremo in tempo a lasciare in pace Aisha (Silvia Romano) che ci toccherà amareggiare il fegato con la storia della triste fine di George Floyd.

Giudizio universale.

Ieri sera, del tutto casualmente, mi sono ritrovata a parlare a lungo con una persona mai vista prima. Una donna sola, che si divide ogni giorno tra il lavoro, le piante del suo terrazzo di 50 mq e il santone indiano che le dispensa perle di saggezza. L’ho scrutata a lungo, dall’angolo del mio occhio destro. Medico legale, residente in uno dei più bei quartieri di Roma, la bionda signora si è lanciata sin da subito in ammiccamenti vari e frasi buttate lì, in pieno stile pesca a strascico. Mettendo sempre davanti a sé i suoi 52 anni, cercava in ogni cliente del locale potenziali asole alle quali attaccare bottoni.

Alla quinta sigaretta scroccata al proprietario, percepivo negli sguardi degli astanti sentimenti di sgomento, perplessità e giudizi grandi quanto la pandemia che ci ha colpiti. Un giudizio unanime, insindacabile: “una pazza”. Decido di rivolgerle lo sguardo e, in men che non si dica, mi ritrovo in una mezza maratona di chiacchiere sulla fragilità dell’esistenza, sull’equivocabile mente umana e sul vino, fedelissimo amico dei dialoghi tra sconosciuti.

Le è bastato dirmi “mi sembra di stare in un film di Woody Allen” per catturare la mia attenzione. E certo, musica jazz di sottofondo, persone indaffarate in piacevoli conversazioni e pochissimi individui (me) attenti alla situazione. Non m’ha mollato un attimo, Marina. Tra un sorriso e uno sguardo pieno di malinconia, mi ha raccontato della sua famiglia, di quanto siano state determinanti, in certi casi, le parole dei nostri genitori, delle sue scelte e di quanto fosse felice di essere incappata, fatalità, in quel posto alleniano.

Ad un certo punto qualcosa ha interrotto bruscamente il flusso di parole: “Penserai che sono una pazza ubriaca”, mi dice. In una frazione di secondi mi giro verso tutti i clienti che ridacchiavano della bella signora e, rivolgendo il mio sguardo nuovamente a lei, rispondo: “no, sei semplicemente spontanea”. Mi sorride, con occhi lucidi, e conclude: “sì, è proprio così”.

La conversazione con Marina, in effetti, mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanto siano fredde e rigide alcune persone, su quanto la nostra sia la capitale del provincialismo, su quanti giudizi affrettati esprimiamo ogni giorno senza neanche rendercene conto. Essere spontanei e socievoli viene tradotto troppo spesso con “questo/a non sta bene!”. Ma non sta bene per chi? Chi decide chi stia bene oppure no?

Spesso abbiamo semplicemente voglia di essere ascoltati, di parlare con chi non conosciamo, di scoprirci un po’. Marina pensa che da questa pandemia ne usciremo tutti migliori. Io non credo, perché chi l’ha giudicata una povera pazza ubriaca rimarrà per sempre una persona che invece di avvicinarsi con le parole, si allontanerà col giudizio. Col giudizio, attenzione, e non con giudizio.

Avatar.

Tra le ultime tendenze di questa settimana, oltre al conseguimento del master in “non capisco niente di politica internazionale e medicina ma commento”, ho notato i simpatici avatar di Facebook. Dopo l’emoticon che abbraccia virtualmente, la “f” minuscola più famosa del mondo ci consente adesso anche di personalizzare la nostra bella faccetta in stile cartone animato.

Mi domando, ci serviva? Siamo ai blocchi di partenza per la fase 3, eppure sentiamo l’esigenza di usare ancora più social e meno sociale. Possiamo finalmente mostrarci al mondo a.C. (ante Covid), ma vogliamo comunque farci il pupazzetto santino. Ed è importante che sorrida, amici! Perché il rodimento del chiccherone non è social(mente) accettabile, se non per praticare l’insulto a gratise o l’indignazione poco al chilo.

Abbiamo fatto incetta di smart working, talking, loving e piagnucoling e, ora che ci tolgono il guinzaglio, quella seconda faccia mica la molliamo. Siamo su tutte le piattaforme del mondo virtuale ma forse non riusciamo più a soffermarci su quella della realtà post lockdown. Non sarà che Marco l’ha capito e vuole tenerci ancora un po’ ovattati, protetti, lobotomizzati?

Un altro passo e ripeteremo l’anno 2003, quando a issare la bandiera del virtuale ci pensava l’americano Linden Lab con la sua Second Life. Gli utenti di quel mondo virtuale, infatti, potevano accedervi usando un avatar tridimensionale ed erano liberi di socializzare, partecipare ad attività quali concerti, corsi e mostre, video chattare e, addirittura, utilizzare una valuta virtuale che – cambiata in dollari e quindi anche in Euro – poteva dar vita a una vera economia virtuale interna.

E in questo rendez vous di maschere, non mi dispiace tirare in ballo i sentimentali da tastiera, pronti a promettere e pubblicizzare amore eterno e vite fantastiche. Nessuno escluso, siamo tutti vittime del manto pixelato. Una gara a chi raggiunge e pubblica prima una notizia, che chi se ne importa se è una fake news.

“Ma che stai a di’, io Fèisbuc neanche lo apro!” diranno molti di voi. Eppure per me siete come i convitati di pietra, invisibili ma presenti. Eh sì, perché siamo circondati da frotte di snob dei social, gli stessi che non si fanno sfuggire un like, un commento, un post. Astuti e spocchiosi presenzialisti della Rete, calate la maschera, che tanto in archivio c’è pure il vostro avatar.

Aisha, ecoute-moi.

Grazie a Dio in farmacia non c’era fila! Mi prendo un bel caffè al bar per festeggiare, allora. Quattro chiacchiere con Mary e qualche caloria sotto forma di cornetto al cioccolato bianco. Alla faccia del fitness! Giusto il tempo di gioire di una mia vecchia e sana abitudine che vengo immediatamente scaraventata nella realtà più squallida e bassa del nostro povero piccolo mondo. Mi stavo informando sulle prossime riaperture nel quartiere e, più precisamente, mi chiedevo quando avrebbe alzato la serranda il parrucchiere di fronte al bar. “Il 18!”, fa la ragazza seduta sul muretto accanto a noi “io ci lavoro”. “Sarà tutto assurdo, avremo pochissimi clienti, solo su prenotazione e sarà tutto monouso. ‘Na tragedia”. Lo è senza dubbio, penso.

In un baleno, l’audace coiffeur si è lanciata in dissertazioni del tutto arbitrarie sul perché il principe Carlo fosse guarito così presto dal Covid, che secondo lei “i potenti il vaccino GIACCELLHANNO”! Mi tengo bassa, presto un quarto di fianco giusto per capire dove sarebbe andata a parare. Ma ovvio, no? Se prima era il reddito di cittadinanza, ora è la cassa integrazione, avevo dubbi? “A me la cassa integrazione non è mai arrivata. C’hai idea di quante ore so’ dovuta sta’ al telefono coll’Inps? Secondo te m’hanno detto quarcosa? Me pare già un miracolo che m’abbiano dato i buoni spesa, altrimenti me ne dovevo pure torna’ dai miei, capito?”. E per concludere lo sfogone: “a questi (chi! Questi, chi?) non gliene frega GNENTE”.

Faccio roteare velocemente le pupille per trovare un appiglio e, in pieno stile Madre Teresa, dico: “neanche a me è arrivata la cassa integrazione ma, sai, credo ci voglia tempo. Pazientiamo un altro po’”. Neanche il tempo di far risuonare quella “o” che riprende, lasciandomi stavolta a terra in una pozza di sconforto: “E lo sai, sì, perché non ci hanno pagato la cassa integrazione? Perché abbiamo pagato Aisha!!!”. A quel punto neanche un argano mi avrebbe potuta sollevare dagli inferi della miseria umana. Come quando si giocava a Indovina Chi, cerco nella mente un’espressione pertinente. Trascorrono forse quindici secondi e l’unica cosa che riesco a fare è sgranare gli occhi, assicurandomi di averlo fatto rivolta verso l’asfalto.

Hai voglia a maledire le mascherine. Altroché, a me la museruola di carta m’ha salvato! Mi ha permesso di mollare completamente la mandibola, di rimanere sgomenta e di sorridere dell’ignorante che avevo appena conosciuto. Ora naturalmente penserete che avrei dovuto baccagliare, salire sulla cassa di mandarini e erudirla su alcuni concetti basilari. No, non me la sono sentita perché, in anni di battaglie personali contro qualunquismo, maschilismo, razzismo, omofobia e altro, non ho mai cavato un ragno dal buco. Anzi, ho solo aumentato le possibilità di un travaso di bile.

A questo punto, se è lecito domandarlo: esattamente, quali testi consultano questi scienziati di politica internazionale? Davvero crediamo che il riscatto della giovane Silvia Romano abbia svuotato le tasche dello Stato che, poverino, non può più permettersi di badare ai cassa integrati? Al netto di tutte le parole che i miei poveri orecchi hanno ascoltato questa mattina, quanto dovrò aspettare ancora perché si trovi il vaccino più importante di tutti, quello contro l’ignoranza? Io gli anticorpi ce li ho, fate del mio plasma ciò che volete!

La messa è finita, andate in pace.

Scelgo ergo sum.

Veniamo al mondo e, nel migliore dei casi, la prima cosa che ci troviamo a poter scegliere sono i nostri amici. Una rete importante, perché in qualche modo definisce ciò che diventeremo. Mi è sempre piaciuto pensarla come una seconda famiglia, l’amicizia. A volte più presente dei genitori, dei fratelli, dei “congiunti”. Il toccasana nei momenti blu e l’hula hoop dei giorni felici. Scegliamo con chi vogliamo camminare e molto spesso troviamo quelle stesse persone anche alla fine della maratona.

Poi arrivano l’impegno, la fatica, le scuole, e nuove scelte intersecano il nostro vissuto. E possiamo ritenerci fortunati se, in piena adolescenza, siamo riusciti a capire cosa davvero facesse per noi. Ma “hai tutta la vita davanti, non preoccuparti”. Per non parlare dell’università, la mia montagna personale, quello scoglio sul quale sono scivolata tante volte e che, dopo tante tribolazioni, ho lasciato definitivamente a chi sapeva realmente cosa farsene.

Il lavoro, ecco, qui sì che il saper scegliere diventa forse la cosa più importante della vita. Lavorare per vivere, vivere per lavorare, amare il proprio lavoro, lavorare per amor proprio. Lavorare, punto. C’è chi si costringe per lunghissimi anni in ambienti e mansioni troppo stretti e chi, invece, balla felice sulla propria ambizione. C’è chi, compiaciuto, porta a casa il risultato e chi si mette in tasca solo lo stipendio e qualche frustrazione. E ancora, c’è chi un impiego ancora non ce l’ha, per sfortuna o per scarsa attitudine.

E ora arriviamo alla scelta con la esse maiuscola, senza troni né De Filippi al timone: la scelta del nostro “compagno di viaggio”. Siamo soliti sceglierlo sulla base di ciò che sentiamo in principio ma inciampiamo spesso e volentieri, perché il passo è troppo svelto o perché ci troviamo incastrati in luccicanti ideali che non riusciamo a far combaciare con la ruvida realtà. I più fortunati riescono a instaurare rapporti sani, a cinque marce, partendo sempre dalla prima. Gli irrequieti, invece, quelli con l’anima perennemente in subbuglio, si affannano qua e là, professando amore e vita eterna alla prima pecorella smarrita.

Ciò con cui però non riesco proprio a far pace è l’ideale di perfezione. Perché, in molti casi, siamo spinti ad emulare modelli apparentemente perfetti con il solo scopo di denigrare o mettere in discussione quello che abbiamo costruito? Dov’è quella perfezione che vogliamo raggiungere a tutti i costi, sulle belle maschere che ognuno di noi indossa o in un cassetto del nostro cervello che fatica a chiudersi?

Aiutatemi a capire: quando abbiamo disimparato a scegliere e abbiamo lasciato che le vite degli altri determinassero la nostra? Chioso con una citazione di Guccini che faceva proprio così: “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”.

Scusi, noi siamo in quattro, come se fosse antani.

Finisce lo smart working e non ho ancora il pezzo del giovedì, che dramma. I miei buoni propositi finiti come il lievito di birra? Naaaa, non voglio neanche pensarlo. Eppure di idee ne ho sempre tante. Che succede? (chiede Morgan). Che sia tutto riconducibile a un’incredibile ansia da prestazione, quella perenne sensazione di dover alzare l’asticella sempre di un centimetro in più per non deludere i naviganti? Possibile che oggi la mia bandiera debba rimanere a mezz’asta? Testarda come sono dico di no, ma nel cervello ho solo una parola questa settimana. Ed è l’unica che le mie svelte dita riescono a scrivere: congiunto.

Congiunto: s.m. (f. -ta) Parente, familiare.

Eh sì, perché in queste ore imperversano sui social più e più vignette sul tema. Tipo “cercasi congiunto/a per condivisione fase 2 Covid-19”. È mai possibile che dobbiamo cercarne sempre una per rifuggire le regole? Inventarci amorevoli nonne è la chiave? Ma soprattutto, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti potranno finalmente incontrarsi dopo il 4 maggio? Certamente no, ma la norma è di difficile interpretazione e quindi ecco che arriva la precisazione da Palazzo Chigi: “ANCHE I FIDANZATI POSSONO CONSIDERARSI CONGIUNTI”. Tzè, in barba alla fase 2, eccoci tutti pronti a fantasticare sulla compilazione delle nuove odiose autocertificazioni. Attenzione però, solo le relazioni “stabili” rientrerebbero in questa casistica. Tutto il resto, frustrazioni annesse, passa in cavalleria. Dunque mi chiedo: come faranno a capire se quella a cui faremo riferimento nell’autocertificazione è una storia, una storiella o una storiaccia? Davvero lasciano a noi la possibilità di dichiararci stabilmente legati? Non mi stupirei se iniziassi a vedere in giro mani piene di fedine e anellini vari. Dichiarazioni dinanzi alle forze dell’ordine, se non è amore questo!

Un momento… GLI AMICI! Inferno o purgatorio per chi considera congiunti i propri #BFF? Se la discriminante è la stabilità, cosa c’è di più stabile di un’amicizia dico io. Voglio essere sincera, io li voglio vedere i miei amici, e voglio vedere il mio ragazzo, e i miei genitori, i miei fratelli e tutte le persone a cui tengo di più ma saprei centellinare le visite contenendo questo mio bisogno? Non credo, non io. Perciò, come mi ha insegnato il nuovo coronavirus, credo che aspetterò il momento giusto, quando sicuri non saranno soltanto i miei affetti ma anche le mie azioni.

Finché congiunzione non ci separi.

(e)state a casa.

Un’estate fa non c’eri che tu, diceva Califano; un’estate fa, non c’eri tu, dico io.

L’uomo nero ha abbassato le serrande delle nostre abitudini, ha deciso che tutto dovesse fermarsi immantinente. Ci ha fatto credere che potessimo dedicarci a tutto ciò che non siamo mai riusciti a fare nelle nostre frenetiche giornate. E dopo un inizio di slanci fatti di pizze e pane fatti in casa, palestra casalinga, cura della persona e videochiamate in chicchere e piattini, STOP, siamo tornati alla routine, allo stesso elenco ma senza entusiasmo.

Un anno fa non avevamo idea di ciò che sarebbe cambiato di lì a pochi mesi. Facevamo interminabili corse cerebrali per capire come, dove e quando trascorrere la nostra amata siesta estiva. In montagna, al mare, on the road o semplicemente in ferie, ognuno di noi, in questi giorni, avrebbe occupato buona parte del suo tempo a immaginare e, nel migliore dei casi, a programmare la sua estate.

No, quest’anno non sarà così, quest’anno saremo tutti in ginocchio, chi a pregare, chi a imprecare ma nessuno potrà mai pensare di programmare scampagnate, picnic, gite fuori porta, partite a calcetto, cinema, cene fuori, nada de nada.

Per fare dell’ironia… e se l’attesa dell’estate fosse essa stessa l’estate? Come potremmo immaginare la stagione che non c’è? Bagni di realtà, aperitivi sulla sabbietta del gatto (per i fortunati possessori di felini) e concilianti sonni in prossimità di rubinetti lasciati aperti a ricordare il via vai del mare. I più fantasiosi potrebbero invitare le famiglie del palazzo di fronte a un torneo di racchettoni, sperando sempre che la palla non finisca per squagliarsi sull’asfalto bollente della strada che divide le due casate.

E per il colorito della pelle potremmo stanziare in bikini davanti al led dei nostri laptop oppure, nella migliore delle ipotesi, si potrebbe rispolverare Mina e, sulle note di Tintarella di Luna, assembrare pelle e anima sulle care terrazze condominiali, sperando che l’invidioso satellite ci irradi benevolo.